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P. Vismara ricordato a Mascalucia di
p. Piero Gheddo
SOMMARIO:
Il 16 maggio scorso nella
casa del Pime a Mascalucia, ho parlato all’associazione
“Famiglie missionarie Aquila e Priscilla”, nata tre anni fa
per iniziativa di padre Adriano Cadei e padre Bruno Piccolo,
della figura del Venerabile padre Clemente Vismara
(1897-1988), per 65 anni missionario in Birmania, la cui
beatificazione è prevista nei prossimi anni.
Clemente è invocato
Protettore dei bambini” perché ha sempre raccolto nella sua
missione di MongLin e poi Mong-Ping, nella diocesi di
Kengtung fra le tribù dei monti birmani, migliaia di bambini
e bambine, allevandoli con l’aiuto delle suore di Maria
Bambina fino all’età del matrimonio e dando loro istruzione,
un mestiere ed educandoli alla fede e alla vita cristiana.
Viveva con 200-250
orfani, bambini abbandonati, handicappati, figli di lebbrosi
o di fumatori d’oppio, gemelli condannati all’eliminazione.
Dalla sua cura dei piccoli sono venuti fra l’altro una
decina di sacerdoti e molte più suore, oltre a molti
professionisti e personalità civili.
L’incontro è iniziato al
mattino con la mia conferenza dal titolo: “Come Clemente
educava i suoi ragazzi”, ricordando i criteri educativi che
possono insegnare molto alle famiglie e alle scuole italiane
oggi e che si articolano in 7 punti.
1) La fede in Dio, la
preghiera, la fiducia nella Provvidenza.
Clemente pregava molto e
metteva Dio al primo posto nella sua vita. Giudicava i fatti
umani alla luce della fede e insegnava con l’esempio di
avere una grande fiducia nella Provvidenza di Dio. Nella sua
grande famiglia c’era uno spirito religioso, di preghiera e
fiducia in Dio, che i ragazzi respiravano prima ancora di
diventare cristiani.
2) La carità, segno
distintivo del cristiano.
In Clemente la carità si
manifestava soprattutto accogliendo nella sua missione i
bambini orfani, abbandonati, handicappati, e poi tutti
quelli che avevano bisogno di un aiuto, anziani soli, ladri
scappati dai villaggi, lebbrosi. Vivevano nella missione
250-300 persone. In un paese poverissimo, e spesso con la
guerriglia alle porte, il primo problema era dar da mangiare
a tutti! La Provvidenza ha sempre aiutato Clemente: “Nella
mia missione nessuno ha mai sofferto la fame” diceva.
3) L’amore gratuito.
Clemente amava i suoi
bambini e ragazzi con amore tenerissimo e per amore di Dio,
senza chiedere nulla. “Per educare - diceva - bisogna amare
gratuitamente”. Si dedicava a loro tutto il giorno con
grandi sacrifici e la notte era in parte impiegata a
scrivere lettere e articoli per avere benefattori e
ringraziarli di quanto mandavano. A un amico buddhista che
gli diceva: “Allevi e fai studiare tutti questi bambini e
bambine, ma quando saranno grandi non ti daranno niente”,
lui rispondeva: “Io lavoro non per me, ma per Dio, mi basta
amarli come Dio li ama. Poi seguiranno la loro strada e non
mi aspetto nulla ... mi basta che siano brave persone”.
4) Il rispetto del minore
e la speranza cristiana.
Clemente rispettava la
personalità dei suoi ragazzi, non voleva che fossero come
lui, li lasciava liberi di esprimersi. Anzi non voleva
“marmotte”, ma ragazzi con personalità propria, capaci di
andare contro corrente, che non dicono sempre di sì. Aveva
fiducia in tutti, anche nei più discoli che qualcuno
giudicava irrecuperabili”. Sapeva dare coraggio e fiducia in
se stessi, si metteva sullo stesso piano dei suoi ragazzi,
sapeva rimproverare e anche punire con amore.
5) Dare ai giovani grandi
ideali di vita.
Vismara sapeva che in
ogni giovane ci sono immense possibilità di amore, di bene,
di sacrificio, di impegno. Si tratta di dare loro grandi
ideali, proporre modelli da imitare, non rinchiuderli nel
piccolo buco dove vivono. Li portava in giro nei villaggi da
visitare per insegnare loro lo spirito di sacrificio e di
adattamento, per allargare i loro ristretti orizzonti. Era
per loro un ideale, un modello da imitare.
6) Evangelizzare vuol
dire insegnare a lavorare.
Ai bambini e ragazzini
che adottava, la prima cosa che insegnava loro era il
lavoro. Nel mondo pagano (e in parte anche nel nostro mondo
post-cristiano), l’ideale per un uomo è vivere bene senza
lavorare, divertirsi, fare quello che piace fare. Clemente
assegnava a tutti i suoi ospiti, compresi i ragazzini, dei
compiti, dei lavori e per primo dava loro esempio di
lavorare anche quando non avrebbe dovuto (soffriva di forti
mal di schiena, ma lavorava anche nei campi, tagliando la
legna per la cucina). “Il cristianesimo - diceva - è l’unica
religione il cui fondatore, Gesù Cristo, ha lavorato
manualmente”. Nella nostra società italiana manca il lavoro,
molti giovani sono disoccupati. È vero, ma ci sono
tantissimi lavori che gli italiani non vogliono più fare.
Ecco perché abbiamo ormai tre (o quattro?) milioni di
terzomondiali che lavorano per noi.
7) “Il prete che sorride
sempre”.
Così era definito dalla
sua gente. Trasmetteva con la sua vita la gioia, l’ottimismo
cristiano. Quando aveva problemi gravi, cantava e suor
Battistina sapeva che quel canto significava grane grosse da
affrontare. Allora portava in chiesa bambini e bambine per
pregare. Vedeva tutto, anche quel che sembrava negativo, con
spirito ottimistico. Non si era lasciato indurire dalle
prove della vita, era rimasto un pò ragazzo, pronto
all’entusiasmo per le cose buone. Stando con lui venivano in
mente le parole di Gesù: “Se non diventerete come bambini,
non entrerete nel Regno dei Cieli”. Quando l’ho visitato in
Birmania nel 1983, aveva 86 anni e non voleva parlare del
suo passato, ma del suo futuro, di cosa aveva in mente di
fare. I suoi confratelli dicevano: “è morto a 91 anni senza
mai essere invecchiato”.
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