| EDITORIALE
di don Sebastiano Paolella Preghiera
e amore
Facciamo la prova, quando ci
troviamo a un incontro di amici, proponiamo di metterci a
pregare. Vedremo subito cambiare l’atmosfera. E questo non
perché l’invito sia poco gradito, anzi. È perché
abbiamo uno strano concetto di ciò che deve essere la
preghiera, che è vista come qualcosa di staccato dalla
nostra realtà, un qualcosa di aggiunto, sempre separato da
noi.
Da allegri che magari erano, li
vedremo assumere un’espressione che sottolinea tutta la
serietà e la gravità del momento.
Ecco la preghiera! Ma perché pregare,
e come pregare? Per molte persone la preghiera, o meglio il
recitare preghiere, fa parte di un dovere che si impongono o
che viene loro imposto. Dovere che se non viene compiuto
pienamente, causa poi rimorsi e scrupoli. Per altri invece
si tratta di un pio esercizio per aumentare i meriti presso
Dio e, per altri ancora, si tratta di una maniera per
assicurarsi, o peggio comprarsi il favore di Dio.
Dal Vangelo risulta che la preghiera
non è nulla di tutto questo. Gesù ha chiesto sì di
pregare, e di pregare molto, di “pregare senza stancarsi”
(Lc 18,1), ma non parla della preghiera come di un dovere,
un obbligo da soddisfare, per essere a posto con Dio. E
visto che Gesù dichiara gratuito, regalato, l’amore, il
favore di Dio, tentare di ottenerlo attraverso preghiere,
voti o promesse, significa tentare di comprare l’amore…
e l’amore comprato ha un brutto nome: prostituzione.
Perché allora pregare? Gesù unisce
sempre la preghiera con l’amore ai fratelli. Nel Vangelo
di Giovanni troviamo l’assicurazione di Gesù: “Tutto
quello che chiederete al Padre nel mio nome ve lo concederà”
(Gv 15,16). E ancora: “Questo è il mio comandamento: che
vi amiate gli uni gli altri” (Gv 15,1”) e “Questo vi
comando: amatevi gli uni gli altri” (Gv 15, 17).
Amore e preghiera vanno sempre uniti.
L’amore non è reale se non viene alimentato dalla
preghiera e la preghiera senza amore è pericolosa. Non
basta essere uomini e donne di preghiera! Occorre che questa
preghiera alimenti e faccia crescere la nostra capacità di
amare. Se, dopo aver pregato, non abbiamo aumentato la
capacità d’amare, quella preghiera è stata inutile
perché non è servita all’unico fine al quale era
destinata e dannosa perché l’aver pregato ci fa sentire
santi, superiori agli altri: ci inganniamo pensando di aver
conseguito quello che in realtà ci manca. Si corre il
rischio di essere pii e devoti con Dio, ma maligni e duri
con il prossimo, e, come la gente ama parlare di questi
tipi: “Vanno in chiesa e sono peggiori degli altri”.
Per questo Gesù unisce saldamente la
preghiera con l’amore. E siccome non può esistere amore
senza perdono, per prima cosa chiede: “Quando vi mettete a
pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate” (Mc
11, 24). Una forma di preghiera non corretta è quella di
considerare Dio una specie di agente di cambio. Gli
chiediamo continuamente di cambiare quello che lui ha creato
e che a noi non va bene. “Cambia mio marito!” prega la
moglie. “Cambia mia moglie!” chiede a sua volta il
marito; insieme pregano “Cambia i nostri figli!” e a
loro volta i figli chiedono “Cambia i nostri genitori…”
e così via.
Pregare quindi non consiste nel
chiedere al Signore che cambi gli altri, ma noi; siamo noi
quelli che dobbiamo cambiare per poter amare gli altri così
come sono.
“Cambia noi, Signore, rendici un
cuore simile al tuo! Soli siamo incapaci di voler bene a chi
non ce ne vuole, di non sentire rancore verso chi ci ha
offeso”.
In conclusione, pregare significa
mettere il nostro cuore nella lunghezza d’onda di quello
di Gesù per renderlo capace di amare gli altri come Lui li
ama.
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