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HO FATTO NATALE
di p. Costanzo Donegana
SOMMARIO:
Luquinho (...) è
imbronciato, si sente messo da parte e sperso in
quell’agitarsi di persone e di vestiario.
Approfitta della
disattenzione dei genitori, esce sulla via affollata: coppie
con i bambini, venditori ambulanti, poveri che chiedono
l’elemosina, più generosa in questo periodo, poliziotti
attenti a prendere in flagrante qualche ladroncello di primo
pelo. In un incrocio un uomo con un ragazzino e una bambina
suonano motivi natalizi: l’esecuzione non è perfetta, ma
riesce ugualmente a creare quel clima magico.
Di fatto, molti si
fermano ad ascoltare e lasciano cadere sul tappetino a terra
alcune monete. I bambini ringraziano con un timido sorriso:
sanno che quelle monete si trasformeranno nel pranzo di
Natale e si può sperare che ci sarà anche il panettone,
quest’anno.
Luquinho si ferma, non
per ascoltare, ma attratto dal volto e dai lievi cenni di
ringraziamento dei due bambini: un misto di tristezza e di
gentilezza dà loro una dignità che non ci si aspetterebbe
sotto quei volti e abiti che non fanno una esibizione di
pulizia.
La musica si ferma,
l’adulto depone la fisarmonica, raccoglie alcune monete,
entra in un bar e ordina un bicchiere di grappa. I bambini
lasciano cadere il flauto e il tamburello e aspettano. La
gente attorno si dirada. Solo resta Luquinho. Il ragazzino
gli domanda: “Ti è piaciuta la musica?”. “Sì”, Luquinho è
poco convinto. “Come ti chiami?”. “Beto e mia sorella Jane”.
“Io Luquinho. Abitate qui vicino?”. Beto ride: “Qui è il
centro. Noi abitiamo nella Vila das Flores, in periferia. E
tu?”. “Nel Jardim Luziana, qui vicino”. “Eh, un quartiere
ricco”, commenta Beto, strofinando il pollice e l’indice
della mano destra per indicare soldi. Luquinho arrossisce.
Mai aveva parlato con
poveri, che non incontra presso casa sua o nella scuola che
frequenta. E poi i genitori sempre gli dicono di stare
attento, perché rubano. Ricordando questo, si rende conto
che non sta più con loro, ma stranamente non ne sente il
bisogno, e continua il colloquio.
“Quando torna vostro papà?”.
“Non sappiamo, quando beve perde il senso del tempo”, dice
Jane. “Di solito torniamo a casa soli a notte”. “Vi aspetta
la mamma?”. “Non l’abbiamo più”, continua Jane, e abbassa la
testa. “Aspettava un altro bambino e sono morti tutt’e due”.
“Ma chi vi fa da mangiare?”.
“Facciamo noi. Di sera papà non mangia. Arriva a casa e si
butta sul letto”, interloquisce Beto.
“A proposito, penso sia
meglio tornare”, si rivolge alla sorella. Raccolgono il
tappeto, mettono le monete in una scatoletta di plastica
rossa. Beto si mette la fisarmonica sulle spalle, il flauto
e il tamburello restano per Jane. “Ciao”, dicono i due.
Luquinho non risponde,
quei pochi minuti passati con loro sono stati qualcosa di
nuovo, inaspettato. I genitori si sono come fatti lontani,
non interessanti. “Allora?”, domandano Beto e Jane. “Non ci
saluti?”. “Non so”, Luquinho si guarda intorno, “posso
venire con voi?”. I due si guardano perplessi: “A casa
nostra?”. Avrebbero molte obiezioni da fare, ma il silenzio
supplicante di Luquinho le fa svanire tutte. “Va bene” (...)
Beto e Jane accendono il
gas, riscaldano il riso e i fagioli e friggono tre uova.
Nemmeno domandano a Luquinho se gli piacciono, sono le
uniche cose che ci sono. Gli mettono in mano un piatto
slabbrato, riempiendolo.
Lui mangia, senza pensare,
in silenzio, assaporando, più che il cibo, l’aria che si
respira.
Si sente da lontano un
canto: sono più voci, accompagnate da una chitarra. Beto e
Jane saltano in piedi. “La novena di Natale! Oggi è nella
casa di Dona Elisete e noi dobbiamo aiutare la musica”.
Escono correndo e
Luquinho li segue. (...)
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